Christophe Horoyan

A few days in Sweden by Christophe Horoyan

Anna mi espose il suo progetto: armadio a cinque sportelli, con specchio interno; tavolo da tinello, sei sedie, una rete a una piazza e mezzo, comoda ma senza testiera, due poltrone, un tavolinetto da fumo. L’essenziale per un minimo di casa, e tirate le somme faceva centoquarantaquattromila lire. Il mobiliere era disposto a farci pagare un terzo subito e gli altri due terzi a rate mensili, ma si poteva andare anche più su con la spesa, aggiungere venti tavolette di rovere di Slavonia: ce le avrebbe date per quindicimila lire compressive. “A che servono le tavolette?” “Per fare la libreria.” “Come?” “Le facciamo bucare ai quattro angoli, ci passiamo un filo da elettricista, di quelli rivestiti di plastica colorata, poi bastano due chiodi al muro, e la tavoletta regge una trentina di libri. Con venti tavolette i miei e i tuoi ci entrano comodi.”

Luciano Bianciardi, “La vita agra”

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di Marcello Miglietta

“Dalla conchiglia si può capire il mollusco, dalla casa l’inquilino.” Victor Hugo

INVISIBLE ARCHITECTURE | GENOVA 2013

Invisible Architecture Genova 2013 di Alessio Guarino

Il mio paese è là dove passano le nuvole più belle

J. Renard

Preikestolen

di Mara Celani

Farti sentire a casa è la missione del rifugio di montagna o ai margini di lande poco esplorate.
Fa buio, fa freddo, piove, è notte, sei stanco, hai fame: un luogo amico per sentirti, per una notte, per poche ore, per una settimana di tormenta, quasi come a casa. Una dimora temporanea da condividere con la famiglia degl’innamorati dell’avventura.
Le due antimeridiane in un rifugio nei pressi del Preikestolen, la roccia del pulpito, quella che si affaccia sul primo fiordo a nord di Oslo, offre ai suoi ospiti questo senso di semplice casa, circondato da un paesaggio in bilico tra il giorno e la notte.

Alessandro Ligato

di Alessandro Ligato

“L’esperienza del ritorno” è un progetto fotografico, un percorso di ricerca nei luoghi della memoria personale e collettiva; l’intento è quello di scandagliare ambienti del vissuto che dopo essere stati abbandonati si sono cristallizzati in una sorta di limbo temporale, e dimostrare come la familiarità con un luogo non sia necessariamente legata ad averlo vissuto in prima persona.
In questo percorso Ligato ha incontrato la poesia di Giorgio Caproni che accompagna il suo fotografare.

Sono tornato là
dove non ero mai stato.
Nulla, da come non fu, è mutato.
Sul tavolo (sull’incerato
a quadretti) ammezzato
ho ritrovato il bicchiere
mai riempito. Tutto
è ancora rimasto quale
mai l’avevo lasciato.
Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato,
ora so – ne sono certo:
non ci sono mai stato.

Giorgio Caproni

Doug Mo (Gone Vagabonding) on Flickr

foto di Douglas Mo

C’era una cosa in particolare che Joyce era lieta di vedere quando imboccava il vialetto di casa. Molte persone in quel periodo, perfino il proprietario di qualche villino con tetto di paglia, si facevano installare le cosiddette porte a vetri da patio, anche quando non avevano patio. Di solito le lasciavano senza tende e quei lunghi rettangoli di vetro parevano diventare indizio o promessa di abbondanza, protezione, benessere. Perchè mai fosse così, più che nel caso di finestre comuni, Joyce non avrebbe saputo dirlo. Forse dipendeva dal fatto che perlopiù non si limitavano ad affacciarsi sul buio della foresta ma vi si aprivano direttamente, oltre a rivelare in modo esplicito il porto sicuro di un interno domestico. Persone a figura intera indaffarate ai fornelli o sedute a guardare la televisione: scene che la incantavano, benchè sapesse che, una volta dentro, le stesse cose non sarebbero apparse altrettanto speciali.

Alice Munro, “Racconti” in Troppa felicità

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Felice destino, poter sedere nella stanza silenziosa della casa di famiglia, fra le tante cose tranquille, radicate, e fuori, nel giardino lieve di un verde luminoso, ascoltare le prime cinciallegre misurarsi nel canto, e in lontananza l’orologio del villaggio. Sedere e guardare una calda striscia di sole pomeridiano e sapere molte cose su fanciulle del passato e essere un poeta.

Rainer Maria Rilke “I quaderni di Malte L. Brigge

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di Mary Gaudin

La stanza esprime tutto l’incanto di ciò che è individuale e personale. Nessun altro potrebbe starci, nessun altro potrebbe abitarvi in modo così completo e totale, viverla, se non il suo stesso proprietario

Adolf Loos

Ghirri | no title

casa Penati, di Luigi Ghirri

È difficile dire perché una stanza, le pietre di una strada, un angolo di giardino mai visto, un muro, un colore, uno spazio, una casa diventino improvvisamente familiari, nostri. Sentiamo che abbiamo abitato questi luoghi, una sintonia totale ci fa dimenticare che tutto questo esisteva e continuerà ad esistere al di là dei nostri sguardi

Luigi Ghirri, Identikit

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“Room Portraits” di Menno Aden

Non c’é posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’é fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano. Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire. Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventi subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi. Siamo rimaste solo io e la cucina. mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola. Nei momenti in cui sono molto stanca, mi succede spesso di fantasticare. Penso che quando verrà il momento di morire, vorrei che fosse in cucina. Che io mi trovi da sola in posto freddo, o caldo insieme a qualcuno, mi piacerebbe poterlo affrontare senza paura. Magari fosse in cucina!

Banana Yoshimoto “Kitchen”