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“Quando tutte le finestre erano spalancate il vicolo era meno lugubre, meno silenzioso. Era percorso da un fremito di vita: da una casa all’altra si rincorrevano voci, una madre chiamava il bambino che giocava per strada, si udiva il suono di un disco o di una radio, è come sottofondo il rombo delle auto in tue de la Santé e perfino l’eco lontana dei rumori del l’incrocio con due Saint-Jacques. Affacciato alla finestra, Bouin contemplava i mobili che venivano accatastati nel furgone dopo essere stati smontati, scoprendo così i gusti e, in fondo, l’intimità di persone che aveva soltanto incontrato per strada. Si stupiva della macchina da scrivere di un ex ufficiale, di un immenso quadro con la cornice dorata che raffigurava una battaglia navale al tempo dei pirati.”

Georges Simenon “Il gatto” pag.111

Foto di Les Brumes

 

Bisogna lavare lavare lavare lavare, non pensare a nient’altro, pulire, non lasciare neanche una briciola, eliminare tutto, ogni traccia é una desolazione, la prova che qualcosa é stato sporcato, lo so bene che é impossibile far fronte a tutto questo sudiciume, ma bisogna provarci (…). Vede, gli angoli sono importanti, é lí che va a cacciarsi tutto quel che può sfuggire all’attenzione, pensiamo di aver finito e invece no, non é così, gli angoli sono pieni di residui, e se non li sgomberi subito si accumulano, aumentano, si radicano, fanno massa, saltano agli occhi, capisce, Marta ? negli angoli sta l’essenziale.
Nathalie Kuperman, La domestica, Codice Edizioni

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Foto Irving Penn

Christophe Horoyan

A few days in Sweden by Christophe Horoyan

Anna mi espose il suo progetto: armadio a cinque sportelli, con specchio interno; tavolo da tinello, sei sedie, una rete a una piazza e mezzo, comoda ma senza testiera, due poltrone, un tavolinetto da fumo. L’essenziale per un minimo di casa, e tirate le somme faceva centoquarantaquattromila lire. Il mobiliere era disposto a farci pagare un terzo subito e gli altri due terzi a rate mensili, ma si poteva andare anche più su con la spesa, aggiungere venti tavolette di rovere di Slavonia: ce le avrebbe date per quindicimila lire compressive. “A che servono le tavolette?” “Per fare la libreria.” “Come?” “Le facciamo bucare ai quattro angoli, ci passiamo un filo da elettricista, di quelli rivestiti di plastica colorata, poi bastano due chiodi al muro, e la tavoletta regge una trentina di libri. Con venti tavolette i miei e i tuoi ci entrano comodi.”

Luciano Bianciardi, “La vita agra”

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di Marcello Miglietta

“Dalla conchiglia si può capire il mollusco, dalla casa l’inquilino.” Victor Hugo

INVISIBLE ARCHITECTURE | GENOVA 2013

Invisible Architecture Genova 2013 di Alessio Guarino

Il mio paese è là dove passano le nuvole più belle

J. Renard

Preikestolen

di Mara Celani

Farti sentire a casa è la missione del rifugio di montagna o ai margini di lande poco esplorate.
Fa buio, fa freddo, piove, è notte, sei stanco, hai fame: un luogo amico per sentirti, per una notte, per poche ore, per una settimana di tormenta, quasi come a casa. Una dimora temporanea da condividere con la famiglia degl’innamorati dell’avventura.
Le due antimeridiane in un rifugio nei pressi del Preikestolen, la roccia del pulpito, quella che si affaccia sul primo fiordo a nord di Oslo, offre ai suoi ospiti questo senso di semplice casa, circondato da un paesaggio in bilico tra il giorno e la notte.

Alessandro Ligato

di Alessandro Ligato

“L’esperienza del ritorno” è un progetto fotografico, un percorso di ricerca nei luoghi della memoria personale e collettiva; l’intento è quello di scandagliare ambienti del vissuto che dopo essere stati abbandonati si sono cristallizzati in una sorta di limbo temporale, e dimostrare come la familiarità con un luogo non sia necessariamente legata ad averlo vissuto in prima persona.
In questo percorso Ligato ha incontrato la poesia di Giorgio Caproni che accompagna il suo fotografare.

Sono tornato là
dove non ero mai stato.
Nulla, da come non fu, è mutato.
Sul tavolo (sull’incerato
a quadretti) ammezzato
ho ritrovato il bicchiere
mai riempito. Tutto
è ancora rimasto quale
mai l’avevo lasciato.
Tutti i luoghi che ho visto,
che ho visitato,
ora so – ne sono certo:
non ci sono mai stato.

Giorgio Caproni

Doug Mo (Gone Vagabonding) on Flickr

foto di Douglas Mo

C’era una cosa in particolare che Joyce era lieta di vedere quando imboccava il vialetto di casa. Molte persone in quel periodo, perfino il proprietario di qualche villino con tetto di paglia, si facevano installare le cosiddette porte a vetri da patio, anche quando non avevano patio. Di solito le lasciavano senza tende e quei lunghi rettangoli di vetro parevano diventare indizio o promessa di abbondanza, protezione, benessere. Perchè mai fosse così, più che nel caso di finestre comuni, Joyce non avrebbe saputo dirlo. Forse dipendeva dal fatto che perlopiù non si limitavano ad affacciarsi sul buio della foresta ma vi si aprivano direttamente, oltre a rivelare in modo esplicito il porto sicuro di un interno domestico. Persone a figura intera indaffarate ai fornelli o sedute a guardare la televisione: scene che la incantavano, benchè sapesse che, una volta dentro, le stesse cose non sarebbero apparse altrettanto speciali.

Alice Munro, “Racconti” in Troppa felicità

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Felice destino, poter sedere nella stanza silenziosa della casa di famiglia, fra le tante cose tranquille, radicate, e fuori, nel giardino lieve di un verde luminoso, ascoltare le prime cinciallegre misurarsi nel canto, e in lontananza l’orologio del villaggio. Sedere e guardare una calda striscia di sole pomeridiano e sapere molte cose su fanciulle del passato e essere un poeta.

Rainer Maria Rilke “I quaderni di Malte L. Brigge

marygaudinOK

di Mary Gaudin

La stanza esprime tutto l’incanto di ciò che è individuale e personale. Nessun altro potrebbe starci, nessun altro potrebbe abitarvi in modo così completo e totale, viverla, se non il suo stesso proprietario

Adolf Loos