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photo by Alice Gao

“Sono fuori in giardino”, disse suo figlio, e Olive lo seguì attraverso uno spazioso soggiorno buio, in una piccola cucina ingombra di giocattoli, un seggiolone, una serie di zuppiere sparse sopra il bancone, scatole aperte di cereali e riso parboiled. Un calzino sudicio giaceva sul tavolo. E all’improvviso Olive ebbe la sensazione che tutte le case in cui si era trovata l’avessero sempre depressa, a eccezione della sua e di quella che avevano costruito per Christoper. Era come se non avesse mai superato la sensazione che doveva aver provato da bambina, quell’ipersensibilità verso l’odore estraneo delle case degli altri, la paura che rivestiva il modo poco familiare di chiudersi della porta di un bagno, lo scricchiolio delle scale consumate da impronte che fossero le proprie.

Elisabeth Strout “Olive Kitteridge”

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