Archivi per la categoria: sentisi a casa

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Quel che influisce in maniera più profonda e permanente su una persona e sul suo modo di vivere è la casa in cui abita. La casa determina giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, la qualità, il colore, l’atmosfera, il ritmo della sua vita, è la cornice di ciò che una persona fa, di ciò che può fare e dei suoi rapporti con gli altri

Leonard Woolf a proposito di Monk’s House la casa nel Sussex dove visse con Virginia e anche dopo la sua morte

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Photo by Stephen Tamiesie

Stavamo tutti e quattro sdraiati sulle enormi amache della casa di legno che Ofir, Maria e sua figlia avevano affittato a Michmoret, vicino al mare. Maria aveva sistemato la casa con gusto eccellente. Il salotto era arredato con mobili di legno chiaro, e ai muri aveva appeso dei tanka, delicati dipinti buddisti che avevano acquistato direttamente dall’artista. Sul pavimento aveva steso un vasto tappeto e due grossi cuscini che ti invitavano a sprofondarci dentro, e sugli scaffali che si era costruita da sé aveva disposto la ragguardevole, esibitissima raccolta di CD di Ofi, insieme a piccoli tamburi di pelle, zoccoli da gigante, quaderni indiani, e shampoo e saponi di marca Himalaya.

Potrei continuare a descrivere all’infinito, ma non riuscirei comunque a trasmettere la musica particolare che era riuscita a creare negli spazi tra quegli oggetti, una musica in cui risuonava una parola: casa.

Eshkol Nevo “La simmetria dei desideri”

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“Quando tutte le finestre erano spalancate il vicolo era meno lugubre, meno silenzioso. Era percorso da un fremito di vita: da una casa all’altra si rincorrevano voci, una madre chiamava il bambino che giocava per strada, si udiva il suono di un disco o di una radio, è come sottofondo il rombo delle auto in tue de la Santé e perfino l’eco lontana dei rumori del l’incrocio con due Saint-Jacques. Affacciato alla finestra, Bouin contemplava i mobili che venivano accatastati nel furgone dopo essere stati smontati, scoprendo così i gusti e, in fondo, l’intimità di persone che aveva soltanto incontrato per strada. Si stupiva della macchina da scrivere di un ex ufficiale, di un immenso quadro con la cornice dorata che raffigurava una battaglia navale al tempo dei pirati.”

Georges Simenon “Il gatto” pag.111

Foto di Les Brumes

 

Christophe Horoyan

A few days in Sweden by Christophe Horoyan

Anna mi espose il suo progetto: armadio a cinque sportelli, con specchio interno; tavolo da tinello, sei sedie, una rete a una piazza e mezzo, comoda ma senza testiera, due poltrone, un tavolinetto da fumo. L’essenziale per un minimo di casa, e tirate le somme faceva centoquarantaquattromila lire. Il mobiliere era disposto a farci pagare un terzo subito e gli altri due terzi a rate mensili, ma si poteva andare anche più su con la spesa, aggiungere venti tavolette di rovere di Slavonia: ce le avrebbe date per quindicimila lire compressive. “A che servono le tavolette?” “Per fare la libreria.” “Come?” “Le facciamo bucare ai quattro angoli, ci passiamo un filo da elettricista, di quelli rivestiti di plastica colorata, poi bastano due chiodi al muro, e la tavoletta regge una trentina di libri. Con venti tavolette i miei e i tuoi ci entrano comodi.”

Luciano Bianciardi, “La vita agra”

foto

di Marcello Miglietta

“Dalla conchiglia si può capire il mollusco, dalla casa l’inquilino.” Victor Hugo

Preikestolen

di Mara Celani

Farti sentire a casa è la missione del rifugio di montagna o ai margini di lande poco esplorate.
Fa buio, fa freddo, piove, è notte, sei stanco, hai fame: un luogo amico per sentirti, per una notte, per poche ore, per una settimana di tormenta, quasi come a casa. Una dimora temporanea da condividere con la famiglia degl’innamorati dell’avventura.
Le due antimeridiane in un rifugio nei pressi del Preikestolen, la roccia del pulpito, quella che si affaccia sul primo fiordo a nord di Oslo, offre ai suoi ospiti questo senso di semplice casa, circondato da un paesaggio in bilico tra il giorno e la notte.

Doug Mo (Gone Vagabonding) on Flickr

foto di Douglas Mo

C’era una cosa in particolare che Joyce era lieta di vedere quando imboccava il vialetto di casa. Molte persone in quel periodo, perfino il proprietario di qualche villino con tetto di paglia, si facevano installare le cosiddette porte a vetri da patio, anche quando non avevano patio. Di solito le lasciavano senza tende e quei lunghi rettangoli di vetro parevano diventare indizio o promessa di abbondanza, protezione, benessere. Perchè mai fosse così, più che nel caso di finestre comuni, Joyce non avrebbe saputo dirlo. Forse dipendeva dal fatto che perlopiù non si limitavano ad affacciarsi sul buio della foresta ma vi si aprivano direttamente, oltre a rivelare in modo esplicito il porto sicuro di un interno domestico. Persone a figura intera indaffarate ai fornelli o sedute a guardare la televisione: scene che la incantavano, benchè sapesse che, una volta dentro, le stesse cose non sarebbero apparse altrettanto speciali.

Alice Munro, “Racconti” in Troppa felicità

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Felice destino, poter sedere nella stanza silenziosa della casa di famiglia, fra le tante cose tranquille, radicate, e fuori, nel giardino lieve di un verde luminoso, ascoltare le prime cinciallegre misurarsi nel canto, e in lontananza l’orologio del villaggio. Sedere e guardare una calda striscia di sole pomeridiano e sapere molte cose su fanciulle del passato e essere un poeta.

Rainer Maria Rilke “I quaderni di Malte L. Brigge

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di Mary Gaudin

La stanza esprime tutto l’incanto di ciò che è individuale e personale. Nessun altro potrebbe starci, nessun altro potrebbe abitarvi in modo così completo e totale, viverla, se non il suo stesso proprietario

Adolf Loos

Ghirri | no title

casa Penati, di Luigi Ghirri

È difficile dire perché una stanza, le pietre di una strada, un angolo di giardino mai visto, un muro, un colore, uno spazio, una casa diventino improvvisamente familiari, nostri. Sentiamo che abbiamo abitato questi luoghi, una sintonia totale ci fa dimenticare che tutto questo esisteva e continuerà ad esistere al di là dei nostri sguardi

Luigi Ghirri, Identikit