DouceFrance

di Gianni Caverni

“Per me non c’è nessun oggetto e nessuna fotografia che possa sostituire la presenza fisica di qualcuno che ti è caro. Gli unici posti in cui non possano essere smarriti o dimenticati sono la mente ed il cuore, e io li tengo lì.”

Douce France è un lavoro di 30 foto di Gianni Caverni che parte da una ricognizione sull’universo dei francofoni fiorentini. Gente di diverse estrazioni sociali, anche carcerati, persone con delle storie particolari anche difficili alle spalle e con un futuro ancora da inventare. Ma soprattutto francesi trapiantati a Firenze da anni, se non da generazioni, che ormai hanno acquisito una seconda patria, ma a quella d’origine restano sempre legati dai mille fili della lingua, della cultura, della memoria. (…) Queste fotografie non sono mai astratte, si sente dentro la vita che scorre, che magari rallenta per un attimo, ma che mai si rapprende. Perché probabilmente lo sguardo del fotografo non ha indugiato sulla nostalgia, ma ha cercato il presente e lo ha trovato. L’uso dello sfocato è controllato, non riguarda mai tutta la superficie dell’immagine,, non ha le caratteristiche della percezione indefinita della memoria. E’ utile a mettere in evidenza dei particolari, a oscurare ciò che è inessenziale, focalizzando il puctum laddove esattamente il fotografo ha deciso.  Ne viene fuori una Douce France che è piacere per l’attesa di un rincontro, forse di un ritorno, ma soprattutto di un pensiero che ritorna dolce come una canzone d’infanzia. Vi è anche molta bellezza in queste immagini e la bellezza è una categoria dello spirito che spesso è parente della verità. La lingua unisce persone con storie diverse, con vite magari opposte, ma dà un forte senso di unità e di comunità. La capacità analitica di Caverni va di pari passo alla sua capacità di raccontare per dettagli, per metonimie. Poi da questi particolari ha inizio un à rebour che ci riporta lentamente alla nostra realtà che ormai si è modificata da queste nuove conoscenze, da queste nuove quanto anonime amicizie, dalle vite degli altri. (Valerio Dehò)

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